
Vi lascio un bel testo del Maestro Engaku Taino....che come sempre coglie nel segno!
L’esperienza dell’unità
La visione che ognuno di noi ha del mondo, che ci accompagna fin dal momento in cui, da bambini, ne prendiamo coscienza, è la realizzazione di una struttura sulla quale, in qualche modo, basiamo tutta la nostra vita: un io (bambino, figlio, fratello, studente, padre, marito, ecc.) che pensa all’interno di un corpo, più vasto che è il mondo. Eppure nella nostra vita c’è un momento in cui realizziamo di esserci? Uno stato in cui tutte le separazioni che sono scaturite dall’unità, la nostra cellula originaria, scompaiono e in cui di nuovo realizziamo di essere tornati a casa?
Se nel 1965 non avessi potuto scrivere:
“Ero solo; m’ero fermato un momento a guardare di sotto, restando attaccato alla roccia con una sola mano; da quel punto molto esposto si vedeva in fondo, fino al ghiaione, due, trecento metri più in basso. E pensai che era bello sentirsi così, vivi e padroni della propria vita affidata solo ad un appiglio, niente chiodi ed altri legami … Poi non ci fu altro, fino a quando il pianoro ghiaioso, che portava all’inizio della via normale di discesa, interruppe il momento di sogno durante il quale, senza pensare a muovere le mani o i piedi, nè a cercare gli appigli o la via, qualcosa si era impadronito di me e così la mia personalità con le sue tendenze, le sue idee e i suoi desideri, era stata annullata. In quel momento, durato i pochi minuti di un’arrampicata velocissima, che pure mi parve immobile, io ero entrato in un ritmo in cui l’azione non era stata preceduta dall’ideazione, ma era scaturita da sè stessa senza alcun bisogno di pensare e di volere, portando i movimenti alla perfezione in modo assolutamente spontaneo…”(1)
non so quanto avrei dovuto ancora arrampicare o cercare nei libri o fra i maestri.
Quello, infatti, è stato il momento che mi ha permesso di sapere che potevo andare a vedere Dio senza bisogno di altri intermediari: avevo realizzato inaspettatamente di essere tornato all’origine, non distaccato dall’Essere, ero tornato alla mia casa.
Nella cultura orientale le arti per mezzo delle quali gli uomini cercano di ritornare all’esperienza originaria sono innumerevoli e talmente articolate che non è raro il caso in cui si confonde il mezzo con il fine, quasi che l’arte fosse più importante dell’esperienza di unità alla quale ci permette di attingere. Anch’io in principio utilizzai l’esperienza d’infinito di cui ho scritto sopra per tracciare un breve saggio sull’arte di arrampicare in roccia: lo sport come possibilità di accedere, alla pari di tutte le altre arti, all’Assoluto. Mi resi però conto che quest’intuizione non era sufficiente, perché accedere all’Assoluto soltanto nel momento dell’arrampicata non avrebbe portato a compimento la mia ricerca per un ritorno completo alla casa dell’origine.
La ricerca del Maestro
Capita talvolta di avere tra le mani uno strumento e di riuscire a trarne, quasi per caso, una melodia armoniosa. Tutti i successivi tentativi non riescono però a far tornare quelle note, quella musica breve e meravigliosa. Sentiamo allora il bisogno di qualcuno che ci sappia insegnare e che ci renda capaci di suonare a nostro piacimento. Anch’io compresi che ci sarebbe voluto qualche aiuto per non rimanere nella condizione che Mumon descrive nel primo caso del suo Mumonkan:
“Quelli che non hanno passato la barriera e non si sono liberati della mente discriminante sono come fantasmi che si aggirano nei cimiteri… “(2)
Anche nel mondo occidentale abbiamo molti esempi che parlano del ritorno a casa: il viaggio di Ulisse, il figliol prodigo, …
Andata e ritorno
Io mi trovo, in questo momento della vita, ad incontrare persone che vogliono sapere come ritornare a casa, come ritrovare il sè originario. In quaranta anni di esperienza come guida alpina ho lavorato con gioia per indicare la via che porta sulla cima delle montagne, ora viene a cercarmi non soltanto chi è soddisfatto del raggiungimento di un punto fisico, per quanto importante sportivamente e metaforicamente esso sia, ma anche chi vuole conquistare l’acqua di cui parlò Gesù Cristo con la samaritana: chi vuole dissetare il suo bisogno di infinito. E soprattutto impossessarsi di una chiave che apra il serbatoio da cui quella meravigliosa acqua proviene!
Terzani, nel suo “Un indovino mi disse”, fa dire all’amico Leopold:
“Siamo stati tutti e due una mezza vita in Asia e abbiamo fatto strane esperienze, bisogna pur averne ricavato qualche scintilla. Non si può tornare a casa con le valigie vuote e solo delle storie da raccontare. Come dei vecchi marinari.”(3)
Nel viaggio in Giappone alla ricerca del maestro, quando nel 1967 insegnavo sci sulle montagne giapponesi, fra le tante cose ho imparato il significato della parola maestro, sensei, che tradotta in italiano si legge “nato prima”.
Sciolto da tutti gli orpelli di sacralità e d’investitura che la parola ha rappresentato ed ancora rappresenta nella nostra cultura, un maestro di Zen è soltanto colui che è nato prima alla realizzazione della buddità, dell’illuminazione. Prima di chi gli chiede lumi circa la Via (tao, in giapponese do) per giungere da sé alla medesima realizzazione.
Alcuni maestri Zen parlano di sé come di anziani fratelli maggiori, nient’altro.
Come un musicista determinato a raggiungere il significato più profondo della sua arte si recherebbe nella più prestigiosa accademia e si metterebbe ai piedi del grande maestro e un ricercatore si iscriverebbe all’università in cui insegna il geniale scienziato per lavorare nel suo gruppo di ricerca, nello stesso modo, negli anni sessanta, il Giappone era per me il paese in cui potevo trovare dei maestri discendenti in linea diretta dal Budda Shakyamuni.
Non mi restava che partire e continuare a cercare fino ad incontrare il maestro, che fu poi l’83° discendente del fondatore della dinastia: Yamada Mumon Roshi, per molti anni presidente dell’Università Hanazono di Kyoto.
Prima del Giappone avevo fatto soltanto due viaggi importanti: a Londra, nel 1962, da solo e con una Fiat 500, dopo essermi licenziato dalla banca in cui avevo lavorato per sette anni, senza sapere una parola d’inglese (né di francese!), e poi nel ’65 per andare ad insegnare sci in Canada. Il primo di quei viaggi era stato fondamentale per capire il senso della mia origine, del mio paese, della mia casa. Soltanto recandomi all’estero avevo capito il valore e la bellezza del mio paese, della mia città e dei miei amici. L’essere umano nasce al mondo provenendo da un luogo che fa dire al Sileno:
“Non essere nati è la condizione che tutte supera; ma una volta apparsi, tornare il più presto donde si venne è certo il secondo bene”(4)
Un nostro contemporaneo intitola un suo libro addirittura: “L’inconveniente di essere nati”(5).
E’ certo che in ogni essere rimane questo senso del ritorno a casa, all’origine. Ma se riusciamo a conoscere, per esperienza diretta, l’infinito da cui proveniamo e di cui siamo intrisi, possiamo attraversare in senso compiuto, da realizzati, il viaggio che ci riporta al luogo da cui proveniamo: “Tutti gli esseri sono intrinsecamente illuminati” esclamò Siddharta prima di essere chiamato il Budda (ovvero l’Illuminato, il Risvegliato).
Questa consapevolezza è il secondo momento del viaggio, della ricerca, che ci permette di accedere al terzo momento, quello della realizzazione, in cui si scopre che la casa alla quale cerchiamo di tornare non l’abbiamo mai lasciata: è esattamente il luogo in cui stiamo!
Mostramela, la tua mente!
Per quanto se ne possa avere letto, a proposito di maestri Zen che si comportano in maniera paradossale e di aspiranti discepoli che si tagliano un braccio per dimostrare la propria determinazione, ogni volta l’incontro con il maestro si ripropone come nella vicenda di Bodidarma e del suo successore Eka Daishi.
Quando ti presenti e il maestro ti chiede: “Che cosa sei venuto a cercare? come puoi rispondere?”
Eka disse a Bodidarma che voleva trovare “la calma della mente”, ma anche il nostro maestro potrebbe chiederci, come Bodidarma al suo successore: “Portamela qui, allora, la tua mente, perché io la possa calmare!”.
E come la si può porgere questa mente che vorremmo rendere chiara, luminosa, brillante tanto da vedere la realtà nella sua intima essenza?
Chi potrebbe portargliela, al maestro, quale altra parte di noi?
Appena arrivati nel luogo di pratica, affinché si possa andare avanti nello studio, il maestro vuole che lo studente sia capace di vedere la propria reale natura.
Hui-neng, il sesto patriarca del Chan, lo Zen cinese, chiese la monaco che voleva diventare suo discepolo:
“Senza pensare al bene o al male, in questo momento, quale è il tuo vero volto prima che nascessero i tuoi genitori?”(6)
Così di fronte al maestro siamo chiamati a conoscere e mostrare la nostra intima realtà: soprattutto dobbiamo essere in grado di dimostrarla, così come Bodidarma si aspetta che faccia Eka con la sua mente.
Se ci fermiamo un momento a pensare, la sua richiesta non è differente da quella che ci può fare il meccanico quando gli telefoniamo per dirgli che la nostra automobile non funziona: “Appena può me la porti in officina!”. Ma al maestro che chiede di mostrargli la nostra essenza che cosa dovremmo portare e chi dovrebbe portargliela?
Il discepolo dello Zen si affanna per lunghi anni di fronte a questo assillante problema ed ogni volta che si presenta da solo al maestro con la sua risposta, anche più di tre volte al giorno, il maestro lo rimanda indietro.
Questo fino a quando lo studente, inaspettatamente realizza che la risposta può venire soltanto dal silenzio, ossia quando egli è vuoto di tutti i ragionamenti, e fra l’io, il pensare, il corpo ed il mondo non esiste più alcuna separazione. In quel momento il maestro può verificare che la risposta del suo discepolo non viene dal discepolo, ma viene direttamente dall’Assoluto. Anche il maestro di musica sa riconoscere l’esecutore capace di annullarsi e lasciare che sia la musica stessa a dispiegarsi attraverso lo strumento musicale e lo strumento umano che sono diventati uno.
I fiumi e le montagne
Dal momento in cui il discepolo ha realizzato l’Uno deve continuare a lavorare per essere capace di vivere liberamente nei Molti.
Un detto viene ripetuto spesso dai maestri:
“Prima di cominciare a praticare quanto guardavo le montagne mi sembravano montagne e quando guardavo i fiumi mi sembravano fiumi.
Quando sono entrato nella pratica se guardavo i fiumi mi sembravano montagne e le montagne mi sembravano fiumi.
Quando ho poi capito completamente guardavo i fiumi ed erano fiumi, e le montagne erano montagne.”(6)
Nello studio dei testi il discepolo del monastero Zen recita più volte al giorno il Sutra della Prajna Palamita, ovvero il “Testo della Saggezza dell’Altra Sponda” ed in esso ripete:
“…non esiste nè vecchiaia nè morte, nè inesistenza di vecchiaia e di morte, non esiste nè saggezza nè miglioramento in quanto non c’è alcunchè da raggiungere…”(7)
Eppure il discepolo deve poi uscire e confrontarsi con la realtà del mondo manifesto. La vita del monastero, con la sua disciplina e l’attenzione ad ogni più piccola azione della giornata, lo prepara ad entrare nel Relativo e nello stesso tempo ad essere anche capace di uscirne per entrare nell’Assoluto.
Ogni azione della giornata, dalla pulizia dei gabinetti alla cura dei fiori, senza discriminare fra lo sporco ed il bello viene vissuta come l’atto fondamentale di quel momento: saper essere in meditazione anche quando si sta passando uno straccio bagnato per strofinare le tavole di quercia dei lunghi corridoi, alle cinque di un mattino d’inverno.
E’ necessario essere capaci di attingere all’Assoluto perché in ogni nostra azione si diventi lo strumento capace di rivelarsi nel Relativo. Bisogna avere la capacità di essere e nello stesso tempo la capacità di fare. Lavorare alla salvezza del mondo sapendo che non c’è alcun mondo da salvare, ed in questo modo saper vivere armoniosamente senza cadere nei due estremismi del fondamentalismo religioso e del fondamentalismo ecologico.
Una volta trovato il Dio che è dentro di noi è possibile vederlo in qualunque manifestazione del mondo, senza aspettarselo soltanto in un utopico regno dei cieli, o nella natura incontaminata di un Eden che appartiene ad un lontano passato solamente sognato: bisogna essere invece capaci di riconoscerlo nelle opere e nel mondo che l’uomo riesce a realizzare.
Un gruppo di giapponesi in visita alla Cappella Sistina, mostrò una faccia strana quanto la loro guida disse che a causa del peccato originale gli esseri umani erano stati condannati a lavorare. Alla domanda della guida circa la loro perplessità risposero: “Ma per voi essere i giardinieri del mondo è una condanna?”.
Nel Mumonkan coloro che non hanno realizzato la propria natura di illuminazione vengono considerati dei fantasmi. Può essere che ogni tanto i maestri di Zen si lascino andare a qualche esagerazione. E’ certo però che senza la reale consapevolezza della nostra essenza divina non si è in grado di accettare compiutamente il grande gioco che è la nostra esistenza.
Perché si è incapaci di vedere che tutte le regole, che attraverso le età ci siamo sforzati di imporci, dovrebbero soprattutto permetterci di gioire dello stare al mondo.
ENGAKU TAINO

Parole che lasciano senza parole!
RispondiEliminaMa volevo chiedere il sileno (chi é?) che dice:"Non essere nati è la condizione che tutte supera, ma una volta apparsi, tornare al più presto donde si venne è certo il secondo bene"
mi piace ma come si concilia con le altre parole "Questa preziosa nascita umana...difficile da ottenere..."?
E' una citazione da Edipo a colono di Sofocle....il concetto è che veniamo dall'Assoluto e desideriamo tornarvi poichè il relativo è non permanente e insoddisfacente...
RispondiEliminaNoi ,però, riteniamo di poter trovare l'Assoluto nel Relativo , il Nirvana nel Samsara....questa è la pratica dello Dzogchen e dello Zen...
Realizzare la nostra vera natura, qui e ora, è il nostro scopo.....che è anche la completa realizzazione dei talenti ricevuti